28 Gen, 2010

Altri genocidi #2

Il secondo episodio è la lunga marcia dei Navaho o, per meglio dire, dei Diné, il nome con cui i Navaho chiamano sé stessi. Anche i Navajo alla metà del XIX secolo, erano una popolazione stanziale di agricoltori e alevatori di bestiame. Vivevano uno stato di guerra pemanente con i messicani: i messicani infatti razziavano i villaggi Diné per catturarne i bambini da tenere come schiavi, in cambio i Diné soprattutto i più poverim razziavano gli insediamenti messicani per vendicarsi, per liberare i loro figli e per rubare il bestiame.
Quando il Nuovo Messico, nel cui territorio i Diné hanno le loro terre ataviche, passò agli Stati Uniti, il meccanismo fu interrotto dai soldati che, essendo diventati i messicani cittadini dell’Unione, li difendevano, mentre i Diné in quanto indiani erano esclusi da questo privilegio. Non mancarono i tentativi di convivenza pacifica, nonostante le frequenti violazioni da parte dei soldati che massacravano il bestiame Diné o ne usurpavano i pascoli.

Nel 1860, in piena Guerra di Secessione, dalla California giunse un nuovo generale dell’Unione, James Carleton, un uomo avido delle ricchezze minerarie della zona e che non aveva molto da fare, essendo il Nuovo Messico ormai privo di truppe Confederate. Carleton rapidamente si mise a fare una guerra più o meno senza quartiere agli Apache e ai Diné, rinchiudendoli nella riserva del Bosque Redondo. In questo tentativo constrinse ad aiutarlo un altro generale Unionista, il famoso Kit Carson, che aveva sposato una donna Diné ed era amico di questo popolo. Cionondimeno, Carson accettò (pur se malvolentieri) di distruggere i capi di grano e zucche, gli orti e i frutteti Diné nonché a razziarne le mandrie per convincere i più riluttanti a trasferirisi nel Bosque; la campagna durò parecchi mesi e non conobbe tregua. In breve i Diné furono ridotti alla fame più nera e bambini e vecchi iniziarono a morire di fame e di freddo nell’inverno ormai inoltrato.
Alla fine di gennaio, i capi Diné furono costretti dalla fame e dalla disperazione ad arendersi e costringersi ad abbandonare le terre ataviche con le loro Quattro Montagne Sacre per tradsferirsi al Bosque Redondo, sulle cui condizioni ebbero rassicurazioni. I Diné Si radunarono attorno a Fort Sumner e Fort Canby, dove entro febbraio c’erano circa 1.500 persone sostenute da razioni gravemente insufficienti e che continuavano a morire di fame a ritmo impressionante.

Nel mese di marzo iniziò il trasferimento verso il Bosque Redondo: una colonna di 1.500 persone da Fort Sumner, una di 2.400 persone da Fort Canby e ancora una di 800 persone,quasi solo donne, bambini e vecchi sempre da Fort Canby che trovarono per quattro giorni una terrificante bufera di vento; tutte furono minate dalla fame, dal freddo e dalle malattie. Nonostante la Lunga Marcia dei Navajo sia sata notevolmente più breve di quella sostenuta dai Cherokee, pure circa il 10% di loro morì solo durante il trasferimento forzato.
Peccato che, nonostante le promesse, il Bosque Redondo avesse davvero poco da invidiare a un qualsiasi lager nazista. Il Bosque era una landa desolata in cui gli uomini erano costretti a vivere ammassati in rencinti di mattoni come bestiame. Il poco legname dipsonibile, qualche pioppo e qualche mesquite, era stato tagliato e le radici scavate in un raggio di 20 chilometri, sicche non c’era modo di accendere un fuoco, mentre per proteggersi dalla pioggia il massimo che si poteva fare era scavare buche nel terreno sabioso e ricoprirle con stuoie di giunco. Con i pochi attrezzi che gli erano rimasti, per due anni i Diné tentarono di coltivare il terreno alluvionale e alcalino, con il risultato per entrambi gli anni di ottenere raccolti disastrosi, che però non valevano loro un aumento deller asioni distribuite dai soldati, pessime per qualità e gravemente insufficienti. Inoltre, l’acqua disponibile era scura salmastra, putrida, imbevibile e inadatta all’irrigazione.

La permanenza dei Diné al Bosque durò fino al 1868 e costò a questa nazione oltre un quarto della popolazione. Solo allora, infatti, riuscirono a tornare alle loro terre ataviche, sia pure in una riserva da cui erano escluisi tutti i campi e i pascoli migliori. Eppure, alla luce della storia, possiamo affermare che i Diné sono stati la più fortunata delle nazioni indiane; pur se impoveriti e fiaccati dala guerra e dalla fame, sono riusciti a mantenere i propri territori sacri soto alla Quattro Montagne e il loro modo di vita, da agricoltori e allevatori, appunto.

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