Ucronia
L'esistenza esiste? Si e no.

Dopo anni, Tiziano Sclavi scrive una nuova storia di Dylan Dog. La cosa è ancora più notevole considerando che ai disegni c'è una guest star come Franco Saudelli.
L'esistenza esiste? Si e no.

Dopo anni, Tiziano Sclavi scrive una nuova storia di Dylan Dog. La cosa è ancora più notevole considerando che ai disegni c'è una guest star come Franco Saudelli.
Ritrovo sugli scaffali un bel libro cartonato che ha raggiunto ormai da un pezzo la maggior età: "L'uomo del sud", testi e disegni di Alarico Gattia, pubblicato nella magnifica serie "Un uomo un'avventura" della Cepim (alias Bonelli Editore) nel lontano 1976.
Trenta anni, e dimostra solo qualche rughetta.
Alarico Gattia: genovese trapiantato a Milano, è essenzialmente un illustratore più che un fumettaro.
Le tavole di Gattia, pur estremamente gradevoli, risentono di una certa staticità. L'autore, tuttavia, ha recepito la grande lezione di stile di Sergio Toppi (di cui mi riservo di tessere le lodi appena ne avrò tempo).
Questa staticità viene accentuata, in questo volume, dal fatto che molte vignette sono ridisegnate su foto originali d'epoca (briganti in posa, ritratti di personaggi storici, eccetera).
La storia
In Lucania (da poco rinominata Basilicata), negli anni immediatamente successivi alll'unità d'Italia, si sviluppa un moto spontaneo di sommossa contadina, i cui protagonisti (detti sbrigativamente briganti) sono principalmente braccianti, "cafoni", soldati ex borbonici sbandati, ex garibaldini delusi, renitenti alla leva obbligatoria appena introdotta dalle leggi unitarie.
Nel giro di pochi mesi le bande sparse riescono ad aggregarsi intorno alla figura di Carmine Donatelli Crocco (ex soldato borbonico, con qualche conoscenza di strategie e tecniche militari, seppure analfabeta) e ai suoi ordini tengono in scacco l'esercito unitario per anni, "liberando" cittadine e interi distretti dall'"oppressore piemontese".
Ed è a questo punto che interviene la figura di Borjes (che è poi il protagonista del fumetto di Gattia): i Borboni pensano di approfittare delle insurrezioni, volgerle a una posizione politica filoborbonica, assumerne il comando e utilizzarle per riconquistare il regno appena perduto.
Don Juan Borjes è un nobile spagnolo inviato a prendere contatti coi capibriganti con questa specifica missione. Si renderà rapidamente conto che le cose stanno in maniera affatto differente: i briganti combattono per le terre, contro la leva obbligatoria, contro l'abolizione dei diritti medievali (legnatico, castagnatico, pascolatico e compagnia cantando). Combattono perfino per un embrione di pensiero socialista maldigerito ma non per la causa borbonica.
E combattono una guerra "sporca", di guerriglia, mai in campo aperto; una guerra feroce e spietata, fatta di torture, decapitazioni dei prigionieri, di saccheggi delle case "dei ricchi", stupri delle "madamine", in una esaltazione quasi orgiastica di potere e rivolta, sostenuta a spalleggiata dalla popolazione stessa: i briganti, dopo tutto, sono i figli, i fratelli, i mariti, i fidanzati: nelle bande, tra l'altro, troveranno posto numerose donne (e non nel ruolo di vivandiere o di puttane ma in quello paritario di gente di moschetto e di di coltello).
Borjes, incapace di accettare una guerra così (abituato com'è alla retorica militarista fatta di onori, di gloria, di rispetto e di convenzioni "nobili") sarà scaricato dai briganti quasi immediatamente e successivamente arrestato e fucilato.
Il governo italiano risponderà alla rivolta con lo stato d'assedio e nel 1863 verranno introdotti i tribunali di guerra: la Lucania, la Capitanata, una parte della Calabria e della Campania vengono messi a ferro e fuoco (dai briganti e dall'esercito): esecuzioni sommarie di massa, massacri di interi paesi, deportazioni.
Impossibile avere un conto nemmeno approssimativo dei morti di questa guerra: un giornale del 1863 calcola (probabilmente per grande difetto) in 18.000 i fucilati e 14.000 gli incarcerati nel corso di 12 mesi. Sono numeri che sovrastano (probabilmente) il conto dei morti dell'intero processo risorgimentale di unificazione. Eppure, incredibilmente, sono morti completamente rimossi dalla storia patria.
Morti senza bandiere, senza frasi memorabili nè momenti eroici, di una rivolta grezza, incapace di elaborare un progetto politico credibile che ne potesse nobilitare le gesta, assimilati (forse non del tutto a torto) ai rivoltosi di Bronte e ai tagliagole da strada (sicuramente a torto), di cui si è perso traccia nella memoria colletiva.
Il fumetto di Gattia rievoca, con buona cura del dettaglio storico (nelle vignette, ripeto, si riconoscono molte fotografie originali dell'epoca, che testimoniano un'accurata opera di documentazione) la fallimentare impresa di Borjes, mantenendo un buon equilibrio di giudizio (forse appena spostato verso la visione "nobile" dello spagnolo) e proponendo il "milieu" come una sorta di Far West nostrano con i briganti nella parte degli indiani.
Un fumetto irrisolto: pur con una storia abbastanza robusta, si rivela troppo simile alla "Storia d'Italia a fumetti" di Enzo Biagi (un'opera che, pur con molti pregi, molti fanno fatica a considerare "fumetto").
Un'occasione, tuttavia, per ricordare una tragedia che, nei tratti salienti, pare riproporsi ancora oggi, nelle tentazioni di militarizzare la Calabria "ndranghetosa" o nei giudizi con cui si liquida la ferocia e la "sporchezza" della "resistenza" irachena.
Il primo numero di Brad Bannon mi ha sinceramente deluso e mi dispiace per Tito Faraci, che è uno bravo.
Non ho potuto smettere per tutto il tempo della lettura di pensare all'Eternauta, uno dei fumetti più straordinari che mi siano mai capitati per le mani.
Perché i punti in comune fra il capolavoro di Hector German Oesterheld e lo squadrato personaggio di Faraci sono molti: i malvagi invasori alieni (malvagi senza motivo alcuno), anche se pare che non dispongano di sei dita e ricalchino pari pari i lucertoloni dell'interminabile Invasione di Harry Turtledove, sono davvero molto simili anche agli invasori dell'Eternauta.
(continua)
L'ultimo albo di Julia (mettendo da parte la storia un po' scontata) si segnala invece per l'ottimo disegno di Ernesto R. Garcia Seijas, che non vedevo all'opera da molto tempo.
Ne ricordavo la grande capacità di "eroticizzare" le sue figurine femminili, capacità che viene infatti ampiamente confermata: Julia, che storia per storia stava diventando sempre più filiforme e perfino stilizzata, guadagna un po' di curve e di carne (e tutta nei posti giusti).
Meno male.
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